Riflessioni

Non è più tempo di John Keating

Volevo proprio scriverlo, questo articolo… Anche se si è sempre bravi a criticare: “Provaci tu, se pensi di riuscire meglio di me!” – mi sentirei dire dagli inconsapevoli docenti, se mai leggessero questo post. Mica tutti possono essere così illuminati come il mitico professore impersonato da Robin Williams ne “L’attimo fuggente”!

Sta di fatto che mi appresto a raccontare proprio di questo: due corsi ai quali ho partecipato di recente, e che sono stati (per motivi diversi) insoddisfacenti.

Preciso che gli argomenti non sono di tipo professionale.

Ma gli errori dei docenti, quelli sono universali; e magari li avete sperimentati anche voi, quando siete stati – come me – nei panni del discente.

Il corso di chitarra

Suono da molto tempo, ma mai abbastanza; e volendo migliorare il mio approccio agli assoli, ho adocchiato una scuola di musica che era per me comoda, ed ho fatto l’iscrizione.

La prima lezione è “di prova”, ed è gratuita. Vengo affidato ad un ragazzo dall’aria metallara e simpatica.

Gli spiego quale sia il mio obiettivo, ossia migliorare il mio approccio agli assoli che trovo poco originale e ripetitivo; e, nel mentre, strimpello sulle uniche tre scale che conosco.

Lo vedo perplesso: “Ah… Ma tu sai già suonare!”.

Si beh – gli dico – ho 52 anni e suono da quando ne avevo 16: il “giro di Do” l’ho superato da un pezzetto!

“Ah… Beh… [grattata alla chioma fluente]… Allora potremmo imparare ‘Aqualung’ dei Jethro Tull!”.

Non amo il rock progressivo (anzi mi annoia proprio), e sinceramente non conosco questo brano; però mi dico: vediamo dove andiamo a parare. Infondo, il maestro è lui: io devo seguirlo. Pago quindi il pacchetto di 10 lezioni, e proseguo.

Dopo altre 3 lezioni di un’ora ciascuna interamente incentrate su “Aqualung”, avevamo sviscerato questo brano in lungo e in largo, ed in tutte le sue possibili versioni… Incluso quella del concerto a Pescasseroli del 1971, ma prima che piovesse – non dopo.

Il mio solismo, però, non era migliorato granché (sebbene avessi imparato a conoscere il bravissimo Martin Barre, chitarrista dei Jethro Tull appunto).

Allora mi lamento leggermente… e vengo affidato ad un altro maestro, più esperto, mio coetaneo o suppergiù. Nell’anticamera della successiva (quinta) lezione, lo sento insegnare ad un bambino con notevole pazienza e tenacia.

Quanto tocca a me, constato che… non va molto meglio di prima! In sostanza, e per le successive lezioni, si procede con questa modalità che definirei “a braccio”:

  • Lui fa, senza spiegare (“Ecco l’armonizzazione per triadi della scala di Do!”);
  • Io cerco di ripetere, senza capire.
    …e credo, in quei momenti, di aver prodotto il mio migliore sguardo alla Filini (“incivettato nel vuoto”) di sempre:

A un certo punto gli dico: ma non avete un programma?, cioè un qualcosa che esponga tutte queste cose in modo organico e chiaro, per gradi, partendo da “ABC” e finendo con “XYZ”?

“Ah beh, potresti seguire questo!” e mi porge il “Manuale di armonia e teoria” di Massimo Varini.

Ottimo testo!, intendiamoci; ma che, tutto sommato, forse sarei stato in grado di reperire pure da me.

Cosa è stato sbagliato, dal punto di vista del discente?

  • Questa scuola, evidentemente, è adatta per bambini/ragazzi neofiti, e non per musici un po’ esperti. Ma bastava dirlo alla lezione di prova: “Guarda, mi spiace ma non siamo attrezzati”. Mi sarei rivolto semplicemente ad un’altra struttura.
  • Manca un programma… Come in tutte le scuole che si professino tali.  O perlomeno manca per i discenti non neofiti: vedi sopra.

Il corso di tiro con l’arco

Affascinato dalla lettura del classico “Lo zen e il tiro con l’arco” di Eugen Harrigel (un libro che ho consumato a furia di leggere, specie perché era il riferimento di Henri Cartier-Bresson e la fotografia rappresenta un’altra mia grande passione) decido di iscrivermi ad un corso.

Facendo qualche ricerca in rete, imparo che in Italia esistono due federazioni di tiro con l’arco: FITARCO E FIARC. Ciascuna ha le proprie regole, metodologie, finalità: due filosofie abbastanza diverse, insomma.

Scelgo una delle due, in base a considerazioni puramente logistiche; e mi presento alla giornata di presentazione del corso.

Mi piace subito!

Il clima è molto disteso; i docenti, bravi; il programma – organizzato anche questo in 10 lezioni – chiaro ed ben strutturato per gradi, alternando tiri sul campo prova ad un percorso nel bosco molto intrigante (dove, ad ogni sagoma di animale, viene assegnato un punteggio in funzione del punto colpito).

Il tutto, sempre in totale sicurezza; un aspetto sul quale i docenti insistono spessissimo, come è giusto che sia.

E l’attrezzatura? Viene interamente fornita dagli organizzatori del corso, incluse anche le protezioni per l’avambraccio; quindi non è nemmeno necessario spendere un euro che non sia la quota base. Che, per inciso, era un 20% inferiore a quella del corso di chitarra.

Tutto bene? Non proprio…

Perché sono io a capire di non essere fatto per il tiro con l’arco!

Lezione dopo lezione, infatti, mi rendo conto di una cosa ovvia ma non banale: il gesto tecnico che tanto mi intrigava, è comunque finalizzato all’aspetto agonistico del colpire il bersaglio e fare punti. L’esperienza di tiro è tesa alla gara, ed alla gara soltanto… Ed a me il gareggiare non interessa.

Ciò che invece mi aveva affascinato nel libro, era la descrizione di un vero e proprio rito (dall’incocco della freccia al rilascio) che diventa esperienza quasi meditativa, di grande controllo interiore.

Ma il testo di Harrigel tratta, evidentemente, di una specialità diversa (il tiro con l’arco giapponese o Kyudo). E, come ho imparato, l’arco presenta una varietà di discipline non riconducibili ad un canone unico.

Dove fu, qui, l’errore del docente?

Naturalmente, non è certo colpa dei docenti se ho scoperto io stesso di essere scarsamente portato a questa disciplina!

No: il loro errore (visto ovviamente dal punto di vista) fu quello di non chiedermi mai un feedback.

Finito il corso, venni messo nell’immancabile chat WhatsApp del gruppo di arcieri… Ma io nel frattempo sono sparito… senza che nessuno mi abbia mai chiesto: come mai?, cosa non ti è piaciuto?, possiamo farti cambiare idea?

Forse, questi arcieri erano così appassionati del loro sport da dare per scontato che piace sicuramente a tutti!

Molta attenzione alla tecnica, ma poco al “sentire” dell’allievo – insomma.

Ma riconosco le mie colpe

In definitiva, comunque ammetto i miei limiti di discente.

  • Potevo, nel primo caso, lamentarmi subito: possibile che non esista un programma e si proceda così “a braccio”?, ma allora faccio da solo!
  • E, nel secondo caso, avrei dovuto esprimere il mio “disagio interiore-concettuale” con i docenti: ma davvero è tutto qui?, non lo trovo stimolante!, cosa sto sbagliando?

Potevo fare tutto questo…

Ma non ho – in definitiva – voluto.

Quindi riconosco le mie colpe.

Resta il fatto che un corso di formazione non può mai prescindere da una pianificazione a monte e una valutazione a valle… Come del resto ben ci insegnano le norme dei sistemi di gestione per la qualità.

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