Passioni

La mia vita chitarristica

Suono la chitarra da 35 anni. Ed essa rappresenta “LA” passione… ossia la più lunga che abbia avuto una persona che, come me, ama il cambiamento ed ha provato varie cose (finendo però per stancarsi presto di quasi tutte). Il lettore mi conceda quindi una leggera ipertrofia dell’ego, nel raccontare questa lunga storia “in sezioni” – come fosse una pagina di Wikipedia. Ma mi limiterò a descrivere le situazioni di band più durature e significative (non me ne vogliano coloro che hanno condiviso con me altri progetti: questo post è già sufficientemente lungo così!).

Gli inizi

Tipicamente, un adolescente maschio (quale ero io nel 1987) comincia a suonare la chitarra con l’idea di catturare l’attenzione delle ragazze: un falò sulla spiaggia, plettrate suadenti, cuori che si ammorbidiscono – cose di questo tipo, insomma.

Ma non fu così per me.

Io mi misi in mente di voler iniziare con la chitarra, quando sentii per la prima volta l’arpeggio di “Through the barricades” degli Spandau Ballet; e pensai: voglio suonare anche io quella cosa lì!

Il mio primo strumento fu una Eko classica preamplificata, cui seguì una Ibanez con corde di metallo – quest’ultima comprata da Res Rubini in via Marconi a Bologna.

In un fotomontaggio, un Nicola “doppio” con la Ibanez folk. Circa 1988.

Lì era anche una scuola musicale, dove appresi i primi “rudimenti” e feci anche la mia prima comparsa davanti ad un “pubblico” nel relativo saggio di fine anno: suonai “Knockin’ on heaven’s door” con una chitarra elettrica prestatami per l’occasione… e mi innamorai anche di questo strumento.

La prima prima vera chitarra elettrica fu quella che acquistai nel negozio di Sergio Tommassone in via Petroni a Bologna: una Fender Stratocaster “made in Japan” di colore nero, che per inciso ho ancora, sebbene riverniciata di rosso (vedere foto più sotto).

“Stone8 & The Pelvic Horns”

Agli inizi degli anni ’90 suonavo ormai da qualche anno, e mi sentivo pronto per il passo successivo: un gruppo musicale.

E lo mettemmo quindi insieme… con alcuni amici di vecchia data.

Inizialmente suonavamo musica italiana abbastanza classica; ma poi, verso la metà degli anni ’90, fummo folgorati sulla via di Memphis dal film “The Commitments” di Alan Parker… e ci votammo totalmente al soul, allargando la formazione ai cori ed ai fiati. La band prese il nome di Stone8 & The Pelvic Horns.

Otis Redding, Sam & Dave, Eddie Floyd, Aretha Franklin, Wilson Pickett, Blues Brothers... Brani sanguigni ed energici, perfetti per divertirsi e far divertire: il mio smodato amore per la black music, nacque e si forgiò lì.

I Pelvic Horns: da sinistra, July, Carlo, Barda, Custom. Circa 2005.

Erano anni eccitanti; irripetibili, forse! Nessun gestore, tanto per chiarire, si sarebbe mai sognato di chiederti “Quanta gente mi porti?”. Si suonava quindi parecchio dal vivo, e si guadagnava pure; ma poiché eravamo amici, gli incassi venivano investiti… E ci consentirono di acquistare il nostro mixer, le nostre casse, e soprattutto l’ambita “ciabatta da palco” con sedici spinotti audio.

Rispetto alle altre band, avevamo poi il vantaggio di una sala prove nostra, che peraltro era nella mia cantina.

Immancabile era la partecipazione “di gruppo” al Porretta Soul Festival: vera e propria Mecca per gli appassionati europei del soul Stax di Memphis.

L’avventura degli Stone8 – di sicuro quella musicalmente più importante per me – è proseguita per 15 anni, pur se con formazioni leggermente diverse, ma sempre nell’ottica del “gruppo di amici”.

I musical

Contestualmente e verso la fine dell’esperienza Stone8 (siamo negli anni 2005-2008), fui coinvolto nella realizzazione di due musical ad opera di una compagnia teatrale amatoriale e locale. Mettemmo in scena il “Jesus Christ Superstar“, e “The Wall“.

Chi li conosce, sa bene quanto siano meravigliosi e sfidanti questi due musical!, benché diversissimi.

Luca, che suonava il basso, fungeva anche da regista e “project manager”. Non aveva vita facile, il buon Luca… visto che la compagnia era piuttosto numerosa (direi una quarantina di persone tra band, coro, attori, e tecnici). Ma dirigeva il tutto con un piglio abbastanza autoritario; e la cosa, non di rado, era fonte di discussione. Col senno di poi, riconosco che forse era un modo per portare a termine il progetto prima che le persone (tutte volontarie) si demotivassero.

“The Wall” in particolare era un musical piuttosto tecnico, che richiedeva anche strumentazione ed effettistica adeguata. Ancora oggi, quando guardo il DVD con la registrazione di uno spettacolo, resto affascinato dal suono che ero riuscito ad ottenere combinando i pick-up attivi della Stratocaster con il flanger anni ’70 della Electro-Harmonix.

Durante una rappresentazione di “The Wall”.

“Talking loud”

La mia ultima esperienza musicale risale ormai a una decina di anni fa, ed i relativi rientri (in termini di soddisfazione) non ne ripagarono le aspettative.

Si trattava di una cover band degli Incognito: un genere musicale (acid jazz) a parer mio bellissimo, ma complesso e soprattutto difficile da “vendere” nel nostro paese (a maggior ragione in un periodo che non era più “di vacche grasse”, e suonare dal vivo era sempre più difficile).

Il livello tecnico era piuttosto alto; nemmeno paragonabile alla formazione di Bluey e soci (ci mancherebbe), ma… giudicate voi: qui è possibile ascoltare e vedere il nostro demo YouTube.

In concerto coi “Talking Loud”, e Kate (la mia Stratocaster rossa)

La formazione – che finì per prendere il nome di un brano degli Incognito – era composta anche da professionisti; e qui arrivarono le difficoltà per me: non tecniche, ma di approccio. Perché la logica di chi fa musica per mestiere è chiaramente diversa da chi la fa per passione; il “vil danaro” finisce per veicolare certe scelte… appunto perché si suona soprattutto per incassare. Sia chiaro: è una logica del tutto comprensibile, se ci si mette nelle scarpe del “pro”; ma non era semplicemente la mia, e finivo spesso per non capire o accettare quelle scelte.

Il progetto durò solo tre anni, e forse non avrebbe potuto essere altrimenti. Suonare al prestigioso Bravo Café di Bologna fu al tempo stesso l’apice e il canto del cigno.

Arrivammo così al 2011-2012 circa.

E poi?

E poi ho appeso la chitarra al chiodo… Per inseguire, nei successivi dieci anni, le mie passioni fotografiche.

Subito dopo quell’ultimo progetto acid jazz, infatti, accadde una cosa strana: avevo quasi repulsione fisica non solo del suonare, ma anche degli strumenti. Iniziai quindi a vendere la mia strumentazione; e l’amplificatore valvolare Fender in tolex rosso, fu uno dei pezzi pregiati che mestamente finì in altre mani (sigh), insieme a una marea di effetti (incluso il flanger vintage che mi aveva accompagnato in “The Wall”).

Però le mie chitarre, fortunatamente, si salvarono!

Le ho ancora tutte: tre Stratocaster, una Telecaster, una 335…

Un nuovo inizio

Sono dunque passati 10 anni dal mio ultimo concerto (e dalle mie ultime prove), e… sono pronto a ricominciare.

Perché infondo, e soprattutto “ad una certa età”, bisogna fare un consuntivo e decidere cosa perseguire nel futuro. In questo senso, direi che i candidati migliori sono rappresentati da quelle passioni che hanno funzionato (a livello di soddisfazioni e spinta motivazionale) in passato.

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