Riflessioni

Il talento è sopravvalutato?

Io non lavoro con l’ispirazione. L’ispirazione è per i dilettanti.

Io, semplicemente, mi do’ da fare.

(Chuck Close)

Qualche tempo fa ho avuto una discussione col mio amico bassista Marco, relativamente alla regola delle diecimila ore di Malcolm Gladwel: quella per cui, con una pratica di 10mila ore, si arriva a padroneggiare con perizia una qualunque discipilina.

Gladwell la argomenta in un suo famoso libro, sicuramente raccomandato perché – per quanto si possa concordare o meno con la sua teoria – contiene molti spunti interessanti.

Il mio amico invece sosteneva che i grandi musicisti (citava Pino Palladino ad esempio) hanno un talento innato: una sorta di codice preferenziale cablato nel DNA, che gli permette di essere quello che sono… a prescindere da tutto.

Loro ce la fanno; noi comuni mortali, no.

Io invece la penso come Galdwell: il modello del talento ci viene spesso proposto e imposto dai media (social, cinema, televisione). Di fronte a un quadro o una fotografia o una canzone, restiamo estasiati… non sapendo nulla o quasi del lavoro che è dietro… e ci facciamo l’idea che sia frutto dell’ispirazione geniale, del talento appunto.

Se però si analizza la biografia dei “grandi”, ovvero di quelli che la società ci presenta come talentuosi ed unici, le cose non stanno proprio così.

Vediamo qualche esempio.

Bobby Fischer

Forse il più grande scacchista del XX secolo, estremamente precoce, capace di intuizioni geniali, spietato.

Fece il suo ingresso nel gotha scacchistico a soli 13 anni, quando (ragazzino sconosciuto) batté il pluricampione Donald Byrne che aveva il doppio dei sui anni.

La forza di Fischer stava nel non farsi scrupolo a violare un intero set di regole, pur di condurre l’avversario in una falsa zona di sicurezza. I suoi geniali “sacrifici” (concessione di pezzi importanti all’avversario) tendevano trappole mortali, riconosciute quando ormai era troppo tardi.

Queste capacità però furono frutto di un esercizio analogamente spietato.

Quando era ragazzino, Fischer portava con sé la scacchiera ovunque: persino nella vasca da bagno. La sistemava su una sedia accanto al letto, anche… in modo che lo studio delle posizioni fosse l’ultima cosa della giornata e la prima della successiva.

Oltre a questo, si sottoponeva ad un incessante ritmo di gioco, aiutato da un intelligente mentore (Jack Collins) che lo fece incontrare con diversi maestri.

Giocava persino da solo: ruotando la scacchiera, ed impersonando ora i bianchi ora i neri.

Certamente, quanto sopra si fondeva con una memoria considerevole, una notevole capacità di concentrazione nello studio, ed un ego sconfinato. Aspetti importanti, ma non sufficienti se presi da soli.

John Coltrane

Per chi non conoscesse il jazz e John Coltrane, credo sia sufficiente guardare questo video. Il brano è “Giant Steps” (1960), e lo spartito segue la melodia suonata dallo stesso Coltrane.

E’ impressionante, vero? Questo “danzare” di note non appena finisce il tema principale (da 0:36)… ed il fraseggio virtuosistico di Coltrane, che avvolge e ipnotizza, oltre tutto non secondo schemi casuali ma precise regole e meccanismi difficilmente colti dal neofita (come me, ma mi fido dei conoscitori di musica che ciò sostengono).

Eppure Coltrane fu tutt’altro che un bambino prodigio.

Anzi, a diciotto anni era “solo” un musicista discreto, senza guizzi o lampi di genio.

Ciò che fece la differenza, di nuovo, fu l’unione di due fattori: uno studio serrato e micidiale, e l’immersione in un ambiente musicale fecondo e vivo come quello di Philadelphia del dopoguerra.

Ricorda la cugina Mary: “John si esercitava praticamente sempre. Vivevamo tutti in quattro stanze e lui suonava di continuo, davanti allo specchio… i vicini erano a pochi metri, esasperati”. Studiava persino nel camerino, tra un’esibizione e l’altra.

Si dice che arrivò a farsi limare gli incisivi superiori, in modo che il bocchino dello strumento aderisse meglio.

E quanto all’ambiente, Coltrane assorbiva jazz per osmosi, facendolo diventare un fatto personale, una parte di sé stesso. Si apriva ad ogni esperienza, e trovò un terreno fertilissimo. Non si fermava mai.

Di nuovo: applicazione serrata, e condizioni al contorno – più che DNA.

In fotografia

A ben pensarci, di “bambini prodigio” in fotografia ne esistono pochissimi. Mi viene in mente Francesca Woodman… che però era figlia di artisti, quindi aveva respirato arte sin dalla culla: le condizioni al contorno ne fecero una predestinata.

Ecco dunque il senso del famoso aforisma di Henri Cartier-Bresson, “Le tue prime 10000 fotografie sono le peggiori”l’occhio è come un muscolo che va allenato. Il “talento” non è qualcosa di magicamente saldato nel DNA, ma deriva anche da un aspetto alla portata di tutti: la pratica.

E certo sarebbe meglio cominciare presto!, ma nulla è precluso, se si ha la la chance di potersi esercitare in modo oculato e mirato, avendo già le idee più o meno chiare sul tipo di fotografia che interessa. Studiando i maestri, certamente. Perché si diventa artisti, come diceva Picasso, rubando e non copiando: cioè prendendo spunti, e facendoli propri.

E se si trova un buon mentore… tanto meglio.

Insomma: il talento è sopravvalutato?

Direi proprio di sì.

Con una eccezione: le discipline che richiedono un qualche attributo fisico. Perché non si diventa CR7 se non si ha una struttura muscolare di base, o Pavarotti se non si hanno quelle corde vocali lì.

Anche in quel caso, comunque, senza pratica si resta nella norma o meno.

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