Se voi aveste l’onnipotenza, l’onniscienza e milioni di anni a vostra disposizione, non fareste di meglio?
(Bertrand Russel)
Sino a 50 anni circa, sono stato un cristiano praticante.
Poi qualcosa ha fatto “clic”.
Una sorta di vero e proprio satori (come dicono gli orientali), ossia un momento molto liberatorio di illuminazione e sollievo.
Perché ciò che fino a quel momento mi aveva spinto a praticare (e quindi essenzialmente ad: andare a Messa quasi tutte le domeniche; confessarmi ogni lustro; sentirmi in colpa per le carenze nell’una e altra prassi) era un misto pressoché inscindibile di due aspetti:
- Abitudine,
- Considerazioni sull’uomo e la natura in genere.
Guarda sotto i tuoi piedi
L’abitudine di cui parlo, viene da sé… quando si ha una famiglia con solide tradizioni cristiane come la mia.
A quel punto, credere in Dio (con tutti gli annessi e connessi) diventa quasi una condizione ereditaria, come l’ipertensione o la miopia. Non lo dico con ironia, ma come dato di fatto: da bambini, siamo spugne.
Ma quel “clic” di cui scrivevo all’inizio, è proprio la conseguenza del (provare a) spogliarsi di tutti i condizionamenti culturali e familiari, e cercare di vedere il mondo senza di essi: non già per rifiutare a prescindere, ma per confrontare, e cercare di capire quale dei due sia davvero reale.
Mi scrisse un parente: “Speriamo che Dio esista davvero, sennò avrei sbagliato tutta la mia vita!”. Ma questa considerazione, da sola, non può bastare a creare una sorta di “fede automatizzata”.
Non è mai troppo tardi per alzare le scarpe e guardare cosa c’è davvero sotto ai propri piedi.
Non si può accettare acriticamente un fatto così costringente come la religione, solo perché è l’abitudine consolidata a farcelo fare.
La spinta probabilistica
Le considerazioni sull’uomo e sulla natura, erano invece molto semplici (ingenue?): possibile che una tale bellezza e perfezione, possa essere nata solo dal caso? I tramonti, l’aurora boreale, le foreste amazzoniche, il calabrone che non potrebbe volare ma non lo sa e quindi vola lo stesso, e chi più ne ha più ne metta,
Molto tempo fa lessi – e non ricordo dove – questo paragone: se i primi astronauti sulla Luna avessero visto, al loro arrivo, una fabbrica funzionante che costruiva automobili partendo dalle materie prime, avrebbero mai pensato che poteva nascere tutto per caso?, no!, sarebbe stato impossibile!, doveva per forza essere opera di qualche entità.
Come ragionamento, non fa una piega.
Tale considerazione, unita alla solita ed immancabile fiducia nella causalità che è tipica dell’uomo occidentale (A+B=C, ogni effetto ha sempre una causa, nulla accade per caso, ecc ecc) mi spingeva a pensare che, sebbene io non avessi alcuna esperienza di Dio, egli doveva comunque esistere. E che, quindi, facevo bene a perseguire le mie abitudini e seguire i dettami del catechismo che s’impara sin da piccoli.
Ma poi, una volta che certi concetti insegnati all’Università venivano da me approfonditi non con la sofferenza del “dover” imparare ma col gusto del capire, ho capito che in realtà il caso domina sovrano.
Fortuna imperatrix mundi, come afferma Carmina Burana.
Si tratta, forse, dell’unico aspetto davvero costante e immutabile.
E’ la storia del gatto di Schroedinger, che è contemporaneamente vivo e morto. Ovvero, e più sinteticamente, che i fenomeni a livello microscopico sono generati da una spinta probabilistica.
L’uomo, per sua natura, fatica molto a capire le leggi del caso: se lancio una moneta cinque volte e per quattro ottengo testa, potrei pensare che alla quinta è più probabile avere croce… quando invece la probabilità non cambia ed è sempre 50%, perché la moneta non possiede memoria, non ha una coscienza.
Anche la materia, a livello microscopico, non opera secondo un disegno. E Stephen Hawking giustamente fa notare che il Big Bang è, appunto, un fenomeno nato nell’ambito microscopico di atomi e molecole; in questo senso, non sarebbe poi così inusuale pensare che tutto sia successo semplicemente per caso… E che quindi anche l’homo sapiens sia frutto non già di una volontà superiore, ma di “caso + evoluzione darwiniana”.
Il fatto che questa possibilità ci inorridisca e ci provochi repulsione, non la rende meno valida.
E confuta la presunta perfezione dell’essere umano, che la Bibbia vuole sia fatto a immagine e somiglianza di Dio, ma che – a ben vedere- tanto perfetto non è. A suo tempo lessi un libro dove si elencavano gli “errori progettuali” dell’uomo, e c’era l’imbarazzo della scelta: dall’unico condotto per respirazione e ingestione dei cibi, al ginocchio che non ha la mobilità di altre articolazioni (come ad esempio la spalla).
Una volta presa coscienza di quanto sopra, tutte le questioni che parevano incomprensibili diventano immediatamente chiare o comunque supportate da un senso.
A cominciare dal dolore.
Il rasoio di Occam
Conosco per sommi capi la teoria: Dio non ha la responsabilità delle tragedie che affliggono l’uomo, perché Egli – in quanto amore puro – ha dato all’uomo il libero arbitrio, e dunque tale responsabilità è solamente dell’uomo stesso.
Premesso che mi sfugge come l’uomo possa avere responsabilità per fatti che non dipendono in minima parte da lui (ad esempio i terremoti o le inondazioni, in cui la natura rivela il proprio essere né buona né cattiva, ma semplicemente indifferente), la spiegazione mi sembra alquanto arzigogolata.
Non si farebbe prima a pensare che, semplicemente, Dio non esista e tutto sia quindi frutto del caso?
Che il dolore esiste sia perché andiamo a cercarcelo, ma anche perché esistono fenomeni che probabilisticamente possono affliggerci oppure no – senza che noi se ne abbia controllo o responsabilità alcune, e senza che vi sia un disegno?
Che colpa hanno i turisti nella cabina della funivia quando si trancia la fune?, possono forse prendersi quelle dei progettisti?, ma allora questa faccenda del “libero arbitrio” agisce su base media o cosa?
Personalmente, io sono sempre per il rasoio di Occam: la spiegazione più semplice è anche quella più probabile. Trovarne un’altra perché quella più probabile non ci piace, non la rende di sicuro più veritiera.
E vogliamo parlare delle curiose prassi della religione cattolica? Come la confessione: un’attività che ho sempre trovato indigesta, e che fu “inventata” dalla Chiesa nel Concilio del 1215 perché nelle Scritture non ve n’è traccia. In un’epoca di crociate e di fede intrisa di paura, l’uomo si inventò quest’idea del raccontare i fatti propri a un tizio che giudica pur non essendo necessariamente più virtuoso del giudicato. E tale è rimasto, sino ad oggi.
Si dice: ma il prete, in quella situazione, va visto in modo differente, non come semplice uomo. Altra spiegazione che non mi convince… o meglio mi pare un’etichetta appicciata sopra ad un’altra, per nascondere il reale (o meglio più probabile) contenuto di quella vera: ci siamo inventati a tavolino una prassi perché in quel momento lo si riteneva giusto, ed è poi diventata un’abitudine.
Panta rei, anche le opinioni
Certo: di queste cose si discute da duemila anni.
Io non sono certamente all’altezza dei tanti teologi e filosofi che si sono cimentati su questo ambito.
Cerco solo di raccontare il mio percorso.
Che non ha un punto di arrivo, però.
Un domani, chissà, magari troverò argomentazioni diverse.


