Riflessioni

Progetti: obiettivi chiari, amicizia lunga

Un progetto si porta sempre dietro vari elementi: risorse, verifiche, riesami, transfer, validazioni, e chi più ne ha più ne metta.

Alla base di tutto, però, c’è l’obiettivo. E cioè, molto semplicemente: cosa intendo conseguire?

Se non si condivide l’obiettivo, ritengo abbia poco senso salire a bordo. Semplice, no?

Mah, forse non troppo… a giudicare dalla storia che mi appresto a raccontare. E che non ho tratto da un ambito professionale, ma che presenta molti aspetti che non di rado si possono incontrare anche in ufficio.

Una normale “cover band”

Tra le mie passioni c’è la chitarra elettrica, e qualche tempo fa ho pensato di mettere in piedi una band che avesse due obiettivi precisi:

  1. Suonare dal vivo (quindi niente strimpellate tra amici fine a se stesse);
  2. Suonare cover di un determinato genere, supportando la cosa con una playlist YouTube (a chiaro riferimento non solo del “cosa” ma anche del “come”) condivisa attraverso il solito gruppo WhatsApp.

Con una certa sorpresa, ho riscontrato l’adesione al progetto di un paio di persone (amici di amici, o già incontrati in precedenti band) che sulle prime sembravano cariche a pallettoni, ma poi hanno mostrato un sostanziale menefreghismo verso il primo e/o il secondo obiettivo.

In che modo? Beh, ad esempio:

  • Arrivando in sala prove senza aver studiato minimamente i pezzi. (Chiunque abbia suonato in un gruppo, lo sa: in saletta ci si allinea e si cresce insieme, ma non si studiano i pezzi; quello si fa a casa… altrimenti si perde tempo, e il tempo è denaro – dato che la saletta ha un costo).
  • Proponendo brani che “non ci azzeccavano proprio nulla con la playlist – per quanto piacevoli fossero. (Un po’ come dire: faccio una cover band dei Pink Floyd, e poi in scaletta ci metto “Johnny B. Goode”; fantastico pezzo – chi non ricorda Michael J. Fox che la suona in “Ritorno al futuro”? – ma che col genere progressive c’entra come i proverbiali cavoli a merenda)
  • Proponendo soluzioni che definirei “disimpegnate” e che prevedono ad esempio le prove da remoto. (Ottime per strimpellare in libertà con un tizio che sta in Islanda, ma non certo per conseguire gli obiettivi (1) e (2) già citati).

Come in tutti i progetti, anche qui abbiamo avuto fasi di:

  • Verifica, ad esempio la registrazione delle prove con successivo ascolto;
  • Riesame, ossia confronto stile “capo cosparso di cenere” tra le parti e senza strumenti, per capire quanto si fosse distanti dall’obiettivo.
  • Queste fasi hanno mostrato come fosse difficile arrivare ad una validazione.

Eppur si resta

La cosa per me più sorprendente, però, è che queste persone hanno prima aderito e poi proseguito nel progetto

…Con risultati che ovviamente erano abbastanza deludenti, sia in termini di vicinanza al riferimento, sia di qualità globale della prestazione…

…E finendo poi per inalberarsi quando qualcuno (io) a un certo punto ha detto: oh ragazzi, siamo una cover band di “xxx”, e non possiamo fare figuracce davanti ad un pubblico!

A quel punto, se ne sono andati sbattendo la porta... affermando che la colpa non era loro, ma del fatto che nel gruppo non c’era un clima sereno e non c’era libertà musicale. (Immagino sia più o meno lo stesso ragionamento di tanti uffici tecnici, dove il progettista non vuol veder castrate le proprie velleità artistiche, a fronte di requisiti di base chiari e definiti.)

Come in ogni buon progetto che si rispetti, però, i dati in ingresso erano ben chiari fin da subito. Dare la colpa a chi li ribadisce o rivendicare presunte velleità artistiche, non è certo un modo per abbracciarli.

Ma perché??

E qui mi domando: se la rotta della nave è ben chiara ma a te non piace, perché ti imbarchi e per giunta ci resti?

Ma chi te lo fa fare?

  • È l’amicizia, a tenerti lì a dispetto degli obiettivi che non condividi? (Tipo quando “si sta insieme per paura di lasciarsi”?)
  • Non avevi capito bene gli obiettivi? (Però, ripeto, erano chiari: c’era pure la playlist…)
  • Intendevi modificarli, ossia “traghettare” il progetto verso finalità a te più gradite? (Ma non facevi molto prima a creare un progetto da te, con gli obiettivi che vuoi tu?)

In conclusione

In tutti questi (ed altri casi), il problema non è nel progetto, ma in chi non lo condivide.

A volte, riconoscere di essere nel posto sbagliato è rispettare per primi se stessi.

E se questo non è sempre possibile in ambito lavorativo, lo è decisamente fuori dall’ufficio.

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