Riflessioni

La lezione di “It”

E’ possibile che It trovi protezione nel semplice fatto che, trasformandosi in adulti, i bambini diventano incapaci di fede o comunque le loro intuizioni vengono impoverite da una sorte di artite spirituale?

Sì, credo che qui sia il segreto.

(Mike Hanlon)

Non ricordo di preciso quando lessi “It” di Stephen King la prima volta, ma credo a vent’anni o suppergiù: non molto dopo che venisse pubblicato, insomma.

All’epoca, lo divorai… gustando la trama, l’intreccio, le sensazioni vivissime (che per qualche tempo mi fecero fissare gli scarichi dei lavandini con sospetto!).

Poi, io e “It” ci siamo persi di vista.

Lo sto rileggendo oggi, a venticinque anni di distanza. E la cosa strana (ma forse nemmeno troppo), è che ad attirarmi non è tanto l’intreccio, quanto il significato. Che l’autore peraltro fa riportare ad uno dei protagonisti – il ragazzino di colore Mike – nel brano citato sopra.

Ad affascinarmi di Pennywise il clown (e del libro), è il fatto che solo i bambini possono vederlo.

E se solo loro possono vederlo, solo loro possono combatterlo (e vincere).

Non è un caso che Pennywise uccida praticamente solo bambini, ignorando quasi del tutto il mondo degli adulti.

Questi ultimi, verso il mostro, manifestano una sorta di indifferenza: sì, in giro c’è un serial killer di bambini, mettiamo il coprifuoco, diciamo ai figli di non girare da soli… ma fondamentalmente se ne fregano.

E se ne fregano perché non ci credono, non lo vedono.

Trovo che questa sia una meravigliosa metafora di come, nella vita, sia spesso necessario tornare bambini per capire ciò che conta realmente, e non farsi fregare dall’indifferenza.

La mente del bambino non è irrigidita, è aperta, non si cura delle convenzioni sociali, non risente del rifiuto razionale, non soffre di “artrite spirituale”, in breve non è una mente che frena.

Ognuno nella propria vita ha il suo personale It (o più di uno), ma probabilmente sarà difficile combatterlo efficacemente ragionando da adulto.

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