Me

Lund, Svezia, anno 1997

Circa un anno prima di laurearmi in Chimica, dall’Agosto 1997 al Novembre dello stesso anno, trascorsi un periodo di studio presso l’università svedese di Lund.

Fui inserito nel gruppo del professor Ebbe Nordlander, aiutato dalla mia correlatrice Magda (Monari) e dal dottorando Fabio (Prestopino).

All’estero, prima di allora, ero stato di rado. E mai, comunque, da solo.

Il primo giorno al Kemicentrum – il Dipartimento di Chimica – fu uno shock: non tanto per il futuristico (per l’epoca) accesso con badge o la mostruosa disponibilità di risorse, quanto perché mi ficcarono subito in laboratorio a fare reazioni su reazioni. Ed a Bologna, di laboratorio, se ne faceva pochissimo!

La mia tesi era in strutturistica, quindi speravo di aver poco a che fare con beute e provette; e invece… lavorai in laboratorio per tre mesi come un matto, dieci ore al giorno.

Eh sì: il mio non fu proprio un classico ERASMUS a base di esami facili e party serali! Anzi, mi viene sempre in mente quella famosa battuta di Hugh Grant in “Quattro matrimoni e un funerale”:

Anziché fottere, ho fottutamente buttato il mio tempo.

(Il “Gloria’s”: un pub che, ahimé, frequentavo poco…)

Tutto quel laboratorio, infatti, sarebbe stato molto utile se avessi in seguito proseguito la carriera professionale di chimico. Ironia della sorte, invece, la piantai prima ancora di laurearmi… iscrivendomi a un corso sull’Assicurazione Qualità, e prendendo definitivamente la via della ISO 9001.

Ovviamente, però, quell’esperienza fu comunque impagabile sotto altri aspetti. Ordine, pulizia, procedure e ricette, sistematicità, registrazione ed organizzazione dei dati… sono davvero tante le cose che si imparano in un laboratorio chimico.

Spettroscopie e palestre

Al Kemicentrum, la mia unica forma di evasione era rappresentata dalla stanza della spettroscopia IR.

Lì c’era un vecchio Macintosh, che ero riuscito a configurare (abusivamente) col mio account di e-mail personale. Quando potevo, sgattiolavo… e scrivevo a mio fratello ed ai miei amici. Già: il vizio d’essere grafomane, io l’ho sempre posseduto!

In laboratorio, v’era un mix eterogeneo di italiani, svedesi, inglesi, e greci. Fu un’impagabile palestra per apprendere l’inglese!, perché l’unico modo serio è proprio quello: sul campo.

Tra l’altro imparai ad apprezzare molto gli svedesi, tutt’altro che freddi come li si dipinge. Sono al contrario molto aperti ed amichevoli; danno l’impressione di non avere pregiudizi, ma di fare e pensare sempre la cosa più oggettivamente sensata. C’è di che invidiarli parecchio.

Ma… e le ragazze?

Niente, nada, nix!

Quel capitolo era pure peggiore delle dieci ore in laboratorio.

Il fatto è che avevo lasciato l’amore in Italia: una ragazza della bassa bolognese conosciuta durante il mio (appena concluso) servizio civile. In seguito, lei mi disse che non ero ricambiato (“Ma non vorrei perderti come amico…”); però io, in Svezia, ero proprio cotto di lei, ed a livello croccante.

Le scrivevo lunghe e mielose lettere, infilandoci in mezzo i miei bravi autoscatti (oggi selfie) per il centro storico di Lund; e un paio di volte le registrai persino una “audiolettera”! Chissà che noia, ascoltare quelle cassette C-60 piene di iperglicemici sproloqui…

Fabio, il dottorando italiano che condivideva il laboratorio con me, sembrava decisamente più a proprio agio e spigliato. Era una specie di fratello maggiore che frequentavo poco ma invidiavo molto: sia per la sua intelligenza, sia per la sua estroversione.

(In pausa pranzo, con Fabio ed altri amici svedesi.)

Fabio mi spronava spesso affinché mi inserissi in una Nation, cioè una congregazione universitaria piena di ragazzi (e soprattutto ragazze).

Ma io restai quasi sempre per conto mio… A registrare malinconiche cassette.

Candle in the wind

Ebbe Nordlander, il mio capo, era un tipo simpatico. Baffetti da sparviero, e un look piuttosto casual.

Ricordo come mi accolse al mio arrivo: indicando un seggiolino per bambini dentro alla sua Volkswagen, e dicendo “This is your seat!”.

Simpatico sì, ma anche piuttosto severo… nel pretendere onestamente troppo da quel perplesso e impreparato studente che ero io. Ricordo che mi consegnò un elenco di reazioni per il laboratorio da fare: tanto lungo che pareva “Guerra e pace”! Non riuscii a finirlo, e credo non ce l’avrei fatta nemmeno in un anno – figuriamoci in tre mesi.

Parlavamo poco, comunque, io ed Ebbe.

La conversazione più lunga, l’avemmo una mattina che mi scarrozzò da una parte all’altra del paese, perché mi avevano cambiato appartamento. Mi raccontò che la principessa Diana era morta la notte precedente: eravamo entrambi basiti.

Margarina

L’ultimo mese lo trascorsi in un appartamento bellissimo, con una fantastica stufa in maiolica e una posizione eccellente a pochi passi dalla Domkyrka (la cattedrale).

(La cattedrale di Lund.)

Fu decisamente il periodo migliore di quella esperienza: ormai m’ero abituato ai ritmi in laboratorio; e la Scania in Ottobre è bellissima, coi colori che esplodono e le temperature non ancora rigide.

Trovai la pasta De Cecco, diventai un fan della loro margarina salata, e mi abituai persino al caffé americano.

Nel week-end andavo al cinema, esercitandomi ancora nell’inglese – perché, si sa, il doppiaggio è una prerogativa solo nostra. Oppure andavo a zonzo per l’incantevole centro storico di Lund.

Leggevo molto, anche; e scrivevo molto (sul mio diario personale e cartaceo).

Niente PC ed internet in appartamento, i social non esistevano, la TV praticamente la ignoravo: come potevo non annoiarmi?, eppure…

Fika di gruppo

Arrivai a Novembre che, comunque, non vedevo l’ora di tornare in Italia. Da neofita della vita all’estero, sentivo già molto la mancanza di casa… e di quella famosa ragazza.

Era tradizione che lo studente in partenza portasse le paste al Kemicentrum, e così feci anche io: una lauta pausa pranzo pomeridiana, annaffiata da tanto caffé.

Fabio commentò: “Fika di gruppo!, la cosa più trasgressiva che ci sia!” (“Fika” in svedese vuol dire “caffé”).

Quell’ultima sera, all’uscita dal laboratorio, feci anche un lieto autoscatto alla fermata dell’autobus.

La mattina dopo, sul DC-9 della SAS in partenza da Copenaghen per Bologna, portai con me alcuni campioni sintetizzati in laboratorio, e una certa stanchezza. L’esperienza era stata bella, ma pesante.

Ritorno a Lund

Una decina di anni fa, io e Michela abbiamo fatto un viaggio in Danimarca e Svezia con auto a nolo, e siamo passati anche per Lund.

Rimasi sorpreso di come mi ricordassi bene il paese e le sue vie! La piazza, la cattedrale, il McDonald’s (ancora lì dove l’avevo lasciato), il multisala… non era cambiato quasi nulla!

Incredibilmente, però, non m’è riuscito di trovare l’ingresso dell’appartamento su Klostergatan, quello della stufa in maiolica. Ricordavo un cancello che dava su un cortile interno… ma niente, non l’ho beccato. Credo di aver ripercorso la strada almeno due o tre volte, inutilmente.

Allontanandomi da Lund per guidare verso Stoccolma, pensai che, tutto sommato, tante cose di quell’esperienza da studente le avrei fatte in modo diverso: avrei cercato di uscire più spesso, sgobbare di meno, mangiare meno margarina, e perdere meno tempo a pensare a lei.

Solo che poi, in definitiva, siamo quello che siamo anche grazie a quelle cose di ieri che oggi critichiamo.

Non è forse così?

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